Allestire un acquario marino di barriera – Seconda parte

Allestire un acquario marino di barriera – Seconda parte

11 Maggio 2019 0 Di Luca Langiu

In questo mio nuovo progetto ho deciso di osare, discostandomi non poco da quella che è la filosofia classica in materia di acquariofilia marina, introducendo delle varianti a mio avviso importanti. Ai più le tecniche da me utilizzate potranno apparire poco ortodosse, al limite del tabù, e riconosco che se non applicate con le dovute accortezze e la giusta consapevolezza potrebbero prospettare risultati a dir poco catastrofici.

Consiglio pertanto ai neofiti di attenersi ai protocolli standard, maturare le dovute competenze e non emulare la mia audacia!
In caso contrario le ripercussioni maggiori saranno a carico dei poveri ed innocenti esseri viventi presenti in vasca, senza dimenticare la perdita di denaro e tempo, e la consequenziale demotivazione rispetto alla nostra passione.

La rocciata

Per prima cosa ho deciso di realizzare la “rocciata” utilizzando quasi esclusivamente pietre “morte”, circa 40 chilogrammi. Preciso che le rocce utilizzate erano in passato “vive”, cioè colonizzate da fauna bentonica, batteri e microorganismi di varia natura, e dell’ottima qualità fiji.

Solo a seguito di alcune disavventure (che hanno determinato la prematura conclusione della vasca nella quale erano collocate), ho provveduto a farle essiccare al sole per circa 4-5 mesi, avendo cura di rimuovere, in diversi cicli di pulizia, i residui di materiale organico, aiutandomi con acqua osmotica e tanto olio di gomito.

La rocciata

La rocciata formata da pietre dalla forma piatta

Solo dopo aver riempito la vasca con acqua prelevata in gran parte dal mare ho inserito alcuni chilogrammi di rocce vive (in quantità irrisorie rispetto alla massa complessiva) e diversi inoculi di sabbia matura prelevata da altre vasche, al fine di dare inizio alla colonizzazione bentonica.

Il reattore ad alghe e il mini refugium

Installai immediatamente un reattore ad alghe contenente Chaetomorpha (leggi qui un approfondimento sul tema), con lo scopo di limitare al minimo la proliferazione algale in maturazione, creando le giuste condizioni affinché le alghe superiori entrassero immediatamente in competizione con le alghe inferiori. Utilizzai un reattore realizzato con un robusto cilindro in acrilico con al suo interno una striscia di led da 6500° kelvin per illuminare direttamente la Chaetomorpha con fotoperiodo di 12 ore, invertito rispetto alla vasca.

Il reattore ad alghe

Il reattore ad alghe

Contemporaneamente, forte dell’esperienza maturata con il mio nanoreef (puoi leggere qui l’articolo), avviai anche un mini refugium collegato alla sump  e contenente della Xenia Pumping (e qualche ciuffo di Chaetomorpha). Decisi infatti di sfruttare le grandi capacità filtranti della Xenia, avendone osservato le prodigiose virtù nel mio nanoreef.

Piccolo refugium con Xenia e Chaetomorpha

Piccolo refugium con Xenia e Chaetomorpha

In funzione della spasmodica capacità riproduttiva della Xenia, che talvolta può talvolta rappresentare un problema, ho utilizzato un refugium in acrilico esterno alla sump con all’interno delle paratie che ne contenessero la propagazione verso l’esterno.

Mi permetto di consigliare la lettura di questo articolo, a mio avviso molto illuminante, scritto dal dottor Shimek, circa l’utilizzo della Xenia come coadiuvante ai sistemi di filtrazione negli acquari marini. La Xenia è migliore della comune Caulerpa nell’esportazione di talune sostanze, ma peggiore per talune altre (se relazionate in funzione del peso).

Sebbene la Xenia cresca rapidamente, la Caulerpa è molto più veloce. Tuttavia, la cosa importante è che entrambe rimuovano sostanze diverse a velocità diverse. Molteplici forme di esportazione rappresentano in definitiva la miglior strategia.

Tuttavia preferisco la Chaetomorpha alla Caulerpa per la maggior affidabilità e stabilità nel lungo periodo.

Dettaglio della Xenia presene nel refugium

Dettaglio della Xenia presene nel refugium

Personalmente ho notato nel mio nanoreef una crescita più veloce ed estesa della Xenia ogni qualvolta abbia limitato il lavoro dello skimmer, attivandolo e disattivandolo a cicli di 6 ore (puoi leggere qui l’articolo). E’ evidente pertanto che in un ambiente relativamente più ricco di nutrienti il suo sviluppo sia notevolmente più agevole.

L’illuminazione a led

Al fine di garantire un’adeguata illuminazione a tutta la vasca, ma prestando attenzione ai consumi elettrici complessivi, decisi di installare due plafoniere a led GNC BluRay partendo con un fotoperiodo pieno fin dal primo giorno; attendere periodi transitori di “buio”, infatti, non avrebbe sortito alcun miglioramento in considerazione del fatto che partivo appunto con rocce sterili.

Queste plafoniere hanno la peculiarità di produrre una luce estremamente diffusa ed uniforme grazie all’utilizzo di numerosissimi piccoli led pilotati a bassa potenza, ben 588 ciascuna e ad alta efficienza luminosa, a differenza della maggior parte dei prodotti analoghi che sfruttano un numero di led più contenuto, ma singolarmente molto più potenti!

Il risultato è un prodotto a led che non crea zone d’ombra e che emula sufficientemente bene la radiazione luminosa di una plafoniera a neon T5, garantendo uno spettro completo (430-670nM)! I led bianchi arrivano a produrre addirittura 160 lumen per ogni singolo Watt di potenza.

Alla conta ogni plafoniera include:

  • 366 led bianchi con una temperatura di colore di 12.000K;
  • 196 Royal Blu con una lunghezza d’onda di 450 nm;
  • 56 Red Deep con una lunghezza d’onda di 660 nm;

Alla massima potenza GNC dichiara un consumo di appena 130W.

Le dimensioni esterne sono di 300x400x40 mm per un generoso peso complessivo di 5.5 Kg.

Un’altra caratteristica distintiva è il raffreddamento passivo affidato ad un elegante dissipatore in alluminio anodizzato color argento, che facilita enormemente la manutenzione del prodotto preservandone la silenziosità in virtù dell’assenza di ventole di raffreddamento!

Le due plafoniere GNC BluRay installate nella mia vasca

Le due plafoniere GNC BluRay installate nella mia vasca

Mi riservo di scrivere un articolo specifico relativamente a queste fantastiche plafoniere nei prossimi mesi, una volta che ne avrò saggiato pienamente il potenziale in presenza di coralli sps.

La sump

Un disordine organizzato! Ad ogni nuovo allestimento prometto a me stesso di organizzare l’attrezzatura tecnica e gli impianti nel modo più ordinato e razionale possibile. Purtroppo, facendo regolarmente i conti con il pochissimo spazio a disposizione, il risultato finale è sempre molto deludente.

Ad ogni modo nella sump realizzata da me (leggi l’articolo) ho avuto modo di alloggiare due schiumatoi (e questo fa parte dell’audacia sperimentale di tale progetto), un reattore di calcio, un filtro ad alghe, sonde e sensori, termoriscaldatore e due pompe di carico (una ad uso esclusivo della vasca e del reattore di calcio, l’altra, collegata ad una deviazione con 4 rubinetti separati, impiegata per il carico di uno skimmer, del refugium, dei filtri a letto fluido e del reattore ad alghe).

Sulla destra la vasca di rabbocco per l’acqua d’osmosi realizzata da me, con un volume complessivo di poco superiore ai 60 litri netti (leggi qui come ho realizzato il serbatoio di rabbocco). Ho volutamente sovradimensionato la vasca di rabbocco memore delle mie esperienze passate; avendo infatti collocato la vasca all’esterno, benché in una veranda chiusa su 3 lati, nei picchi stagionali estivi ed invernali l’evaporazione rappresenta un problema di gestione di non poco conto, arrivando a superare anche i 15 litri di acqua al giorno! Non esattamente una sciocchezza per una vasca tutto sommato non gigantesca (150 cm x 70 cm x 60 cm).

La sump

La sump, un disordine organizzato

Un sistema a doppio skimmer

Come accennato precedentemente ho deciso in questo mio nuovo allestimento di sperimentare, andando a saggiare, per quanto mi riguarda, l’inesplorato.

Nella fattispecie ho deciso di sottoporre a test una configurazione basata sull’utilizzo in parallelo di due schiumatoi; un UltraReef Akula 180 mono pompa (del quale potrete leggere la mia breve recensione cliccando qui), e un LGM 900/II con doppia pompa. Due skimmer notevolmente diversi tra loro, progettati secondo filosofie differenti e con due approcci operativi dissimili.

Personalmente nelle mie ricerche sull’argomento ho avuto modo di apprezzare opinioni contrastanti, che spaziavano dalla totale demonizzazione di tale soluzione, in funzione di ipotetici e non ben precisati principi chimico-fisici dell’acqua marina, alla completa esaltazione con non ben verificate esperienze di successo e utopistiche lodi.

UltraReef Akula 180 e LGM 900/II a lavoro in parallelo

UltraReef Akula 180 e LGM 900/II a lavoro in parallelo

Francamente ho deciso di verificare tali teorie direttamente, cercando comunque di seguire alcuni semplici principi empirici:

  • Dimensionare globalmente i due schiumatoi rispetto il litraggio complessivo della vasca;
  • Consentire ai due skimmer di pescare l’acqua nello stesso punto, quanto più vicino allo scarico della vasca, e far si che la stessa venisse allontanata il più possibile in prossimità della pompa di risalita;
  • Realizzare un sistema che prevedesse uno scambio vasca/sump almeno doppio rispetto alla quantità totale di acqua trattata dagli schiumatoi;

I principi alla base di tale sistema vengono impiegati in acquari di grosse dimensioni e acquari pubblici.

Sarà mia premura approfondire nei mesi successivi le mie impressioni circa tale configurazione. Al momento ho solamente rilevato delle difformità circa la quantità di residuo presente nei bicchieri dei due skimmer, apprezzando una maggiore presenza di fanghi all’interno del bicchiere del LGM 900/II.

Il primo mese di maturazione

A dire la verità il primo mese di maturazione è trascorso senza grandi “effetti pirotecnici”. Partendo con rocce morte era infatti auspicabile assistere ad un inespressivo paesaggio lunare fatto di sterile sabbia bianca e cerea pietra!

La prima attività si è palesata intorno alla terza settimana dall’avvio, quando notai la prima flebile comparsa di una patina batterica sullo strato sabbioso più superficiale, con pericolose tendenze alla formazione di ammassi duri e compatti di sabbia. Per scongiurare il letterale soffocamento del iniziai a smuovere i primi millimetri di sabbia manualmente ogni giorno e diedi inizio al “popolamento artificiale”, saccheggiando quanta più biodiversità possibile dalla mie vasche mature, andando letteralmente a caccia di vermocani, spirografi, asterine, terebellidi, copepodi, lumache, ofiure, spugne ed ogni sorta di invertebrato e mollusco riuscissi a prelevare. Il movimento della sabbia migliorò in breve tempo, anche grazie all’inserimento di due stelle insabbiatrici e lumache di ogni sorta. Complessivamente intorno alla sesta settimana il pericoloso “ammasso cementizio” di sabbia scomparve quasi del tutto.

Un test accurato di tutti i parametri principali, effettuato durante la quarta settimana di maturazione, non mi evidenziò alcuno squilibrio particolare o picco di inquinanti in corso. Iniziai allora a fare le prime prove inserendo alcuni animali, ma la domanda che continuavo a ripetermi era sempre la stessa: “Cosa posso fare ora per non mandare tutto all’aria?”.

A presto con un nuovo articolo sull’evoluzione del sistema.

Buon reefing!

 

Leggi la prima parte dell’articolo

Leggi la terza parte dell’articolo

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